
VENERDI 13 E DOMENICA 15 NOVEMBRE

dramma per musica in tre atti di Matteo Noris
musica di Antonio Vivaldi
edizione critica dell'Istituto Italiano A. Vivaldi, della Fondazione G. Cini Venezia
e di Casa Ricordi Milano a cura di Alessandro Borin e Marco Bizzarini
(Universal Music Publishing Ricordi)
personaggi e interpreti
Tito Manlio, console Sergio Foresti
Manlio, suo figlio Giacinta Nicotra
Servilia, sorella di Geminio Romina Tomasoni
Vitellia, sua figlia Kornelia Bakos
Lucio, cavaliere latino, amante di Vitellia Valentina Coladonato
Decio, capitano delle falangi Margherita Settimo
Geminio, capitano dei latini, amante di Vitellia Nicola Pisaniello
Lindo, servo di Vitellia Christian Senn
direttore e violino solista Stefano Montanari
regia Alessio Pizzech
scene Michele Ricciarini
costumi Cristina Aceti
luci Enrico Finocchiaro
Accademia Bizantina
allestimento Festival Opera Barga 2003
nuova produzione Teatro Alighieri di Ravenna
Tito Manlio è una delle tre opere che Vivaldi compose per Mantova, dove tra il 1718 e il '20 fu Maestro di cappella da camera presso il governatore imperiale, il principe Filippo d'Assia-Darmstadt. Il libretto era già stato messo in musica da Carlo Francesco Pollarolo per Firenze nel 1696 e negli anni successivi l'opera era stata presentata in altre città con varie modifiche e adattamenti. La vicenda, ispirata a un episodio narrato da Tito Livio in Ab urbe condita (VIII,7), celebra le virtù romane del coraggio e dell'amor di patria senza però trascurare i consueti intrecci amorosi.
I latini, confederati dei romani, di fronte al rifiuto di nominare uno dei due consoli all'interno del loro popolo hanno spezzato l'alleanza con una dichiarazione di guerra. Tito Manlio, console romano, giura il suo odio nei confronti dei ribelli, seguito dal figlio Manlio e dal centurione Decio. Li imita anche il latino Lucio, che ama la figlia del console Vitellia, mentre questa, innamorata del comandante dei latini, Geminio, e Servilia, fidanzata di Manlio e sorella dello stesso Geminio, si rifiutano: la prima viene rinchiusa nei suoi appartamenti e la seconda viene cacciata da Roma. Incaricato dal padre di spiare il campo nemico senza però ingaggiare battaglia, Manlio viene provocato da Geminio e lo uccide in duello. Appresa la notizia, Tito Manlio condanna a morte il figlio per la sua disobbedienza; vane sono le suppliche di Servilia, mentre Vitellia desidera la morte del fratello. Al momento di scrivere l'ordine di esecuzione, il console esita per un attimo, ma spiega a Decio che è suo compito far rispettare la legge. Lucio è pronto ad assumere la guida dei Latini per liberare Manlio, ma questi preferisce morire piuttosto che tradire Roma. Poco prima dell'esecuzione, le acclamazioni delle falangi romane salvano il condannato: Decio lo libera, affermando che appartiene all'esercito e incoronandolo di alloro. Nella riconciliazione generale Lucio promette di far cessare le ostilità dei latini e Vitellia accetta di sposarlo. Si ha dunque il consueto lieto fine, smentendo l'evento storico, ma anche la tendenza tragica che prevale sino all'ultimo.
In base alle due partiture manoscritte conservate presso la Biblioteca nazionale universitaria di Torino, si è ipotizzato che Vivaldi avesse scritto senza destinazione specifica una prima versione, fedele al libretto originale di Noris, e l'avesse poi modificata in funzione dell'allestimento mantovano, che doveva festeggiare le nozze del governatore con la principessa Eleonora di Guastalla. Rispetto al libretto di Noris, che non presenta scene e personaggi comici, Vivaldi apportò diverse modifiche per assecondare il gusto della corte: le arie passano da 32 a 41 e con quattro nuove arie buffe viene creato un vero e proprio ruolo di basso comico per il servitore Lindo, probabilmente interpretato da un cantante locale. La celebre epigrafe alla partitura autografa «musica del Vivaldi fatta in cinque giorni» testimonia la proverbiale velocità con cui egli componeva, ma anche le condizioni generali di un'epoca in cui il compositore, specie se assumeva anche compiti impresariali, a volte doveva scrivere e allestire una nuova opera in tempi brevissimi. La fretta, insieme forse al desiderio di ripetere un precedente successo, spiega anche la prassi allora corrente della parodia e dei prestiti: l'aria "Povero amante cor" di Vitellia (II,17) riprende, con testo mutato, "Povera fedeltà" dell' Ottone in villa (1713), che ritornerà ancora in "Candida fedeltà" del Giustino (1724). La sinfonia del terzo atto, eseguita quando si prepara l'esecuzione di Manlio, è una trascrizione del Concerto funebre RV 579.
L'intento celebrativo dell'opera è testimoniato sia dalla fastosità dei costumi, che in base ai documenti sembrano riferiti non all'epoca romana ma alla moda settecentesca della corte mantovana, sia dalla ricchezza dell'organico orchestrale, che comprende oboi, corni, trombe, 'flauti grossi' (flauti diritti tenori), flautino, fagotto, timpani, archi e continuo. Il personaggio centrale è quello di Tito Manlio, di cui Vivaldi mette in luce non tanto il conflitto tra l'amore paterno e il senso del dovere ma il carattere severo, in cui il furore prevale sul dolore. La musica sottolinea questo aspetto con le figure ritmiche dell'orchestra; in particolare, la sua aria "Se il cor guerriero" (I,2), dall'atmosfera marziale, è citata da Talbot come esempio di accompagnamento orchestrale particolarmente elaborato, in cui la linea vocale sembra sovrapposta a un tessuto orchestrale autosufficiente. A Lucio, personaggio secondario dal punto di vista drammatico, sono affidate ben sette arie, che vennero interpretate dal castrato Gasparo Geri.
Nel 1720 l'opera fu presentata al Teatro della Pace di Roma, ma si trattava di un 'pasticcio', in cui i primi due atti erano rispettivamente di Gaetano Boni e Giovanni Giorgi e soltanto il terzo del compositore veneziano. Nel febbraio 1979 è stata ripresa alla Piccola Scala di Milano, sotto la direzione di Vittorio Negri, per le celebrazioni del terzo centenario della nascita di Vivaldi.
c.p.
Fonte: Dizionario dell'Opera Baldini&Castoldi
Argomento
L'azione si svolge a Roma, sotto il consolato di Tito Manlius Torquatus, nel III secolo a. C. Come ricompensa del loro servizio sui campi di battaglia, i Latini, alleati dei Romani, hanno chiesto al Senato di scegliere un Console tra le loro fila. In seguito al rifiuto del Senato, hanno dichiarato guerra alla Repubblica. Nel momento in cui inizia il dramma, lo scontro è imminente.
Atto I
La notte è appena scesa su Roma. In un Tempio ornato per le cerimonie, il Console Tito Manlio giura solennemente di sterminare fino all'ultimo dei Latini. A turno, Decio, capo dei centurioni, Lucio, cavaliere latino fedele a Roma per amore di Vitellia, la figlia del Console, poi Manlio, figlio di Tito, prestano giuramento. Ma Vitellia così come Servilia, promessa di Manlio, si rifiutano di giurare, per fedeltà verso il capo dei ribelli Geminio, amante della prima e fratello della seconda. Tito, furioso, le fulmina entrambe poi ordina a Manlio di andare a perlustrare il campo avverso, proibendogli in modo assoluto di cominciare formalmente la battaglia.
Reclusa nei suoi appartamenti, Vitellia, domanda al suo servitore Undo di andare al campo latino per implorare l'aiuto di Geminio. Tito sopraggiunge dopo la partenza del messaggero e interroga sua figlia sulle ragioni del suo atteggiamento. Davanti al suo silenzio, il Console minaccia Vitellia di umiliarla pubblicamente trascinandola incatenata per le vie di Roma. Rimasta sola, Vitellia riceve la visita di Lucio che le rivela il proprio amore. Decide allora di servirsi del traditore per sfuggire al suo destino. Alle porte del campo latino, Geminio squadra Manlio da capo a piedi e lo incita al combattimento. Manlio è sul punto di cedere alle provocazioni del capo ribelle quando sopraggiunge Servilia che riesce a fare tacere le armi ed ottiene da suo fratello che rinunci alla carica di Console in cambio della mano di Vitellia. Servilia parte subito per Roma per annunciare a Tito la felice riotizia, ma Geminio, rimpiangendo già la propria debolezza, provoca di nuovo Manlio. Malgrado la promessa fatta a suo padre, questo inizia un duello con Geminio, e l'uccide.
Atto II
Mentre Lucio ha appena confessato a Tito il suo amore per la di lui figlia, Servilia arriva al Palazzo ed annuncia al Console l'offerta di pace di Geminio. Tito l'accetta, con la disperazione di Lucio. Ma Manlio sopraggiunge in quell'istante, e rivela l'esito fatale del suo scontro con Geminio. La notizia di questa disobbedienza agli ordini ricevuti suscita la collera minacciosa di Tito, mentre Vitellia e Servilia, entrambe prostrate, si fronteggiano in merito al destino dell'omicida, l'una invocando la vendetta, l'altra implorando la salvezza del suo amante. Tito rimasto solo, è diviso tra i suoi doveri politici ed i suoi sentimenti paterni. La sua mano fatica a scrivere la sentenza di morte. Tuttavia, malgrado le suppliche e le minacce di Decio a nome dell'esercito, si decide a firmare la condanna a morte di suo figlio.
Atto III
In fondo alla sua prigione, Manlio riceve la visita di Servilia, poi quella di Lucio. Questo ultimo, che i Latini hanno appena scelto per nuovo capo, propone al prigioniero di liberarlo con l'aiuto delle sue truppe. Manlio rifiuta tuttavia questa offerta, preferendo morire piuttosto che vedere Roma cadere alle mani dei suoi nemici. Come ultimo favore, chiede di essere condotto davanti a suo padre, ai piedi del quale si prostra, suscitando di nuovo l'agitazione nel cuore di Tito. Ma il Console mantiene la sentenza e Manlio è condotto dai littori sul luogo della sua esecuzione. Vitellia, della quale questo spettacolo fa cessare il furore, stringe suo fratello un'ultima volta. Allo stesso momento, un clamore si alza: l'esercito si è sollevato in favore del condannato e viene a strapparlo al suo supplizio. Decio, alla testa delle truppe, cinge la fronte di Manlio con una corona di allori, e proclama che oramai, il Marzo del Tevere non appartiene più a Roma, ma all'esercito. Tito, costretto a inchinarsi davanti alla scelta dei suoi soldati, riconosce che la volontà delle Legioni deve essere la Legge suprema. Manlio, ritornato libero, sposa Servilia mentre Lucio offre a Roma il vassallaggio dei Latini ed ottiene in cambio la mano di Vitellia.