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AUFSTIEG UND FALL DER STADT MAHAGONNY

opera in tre atti
Musica di
Kurt Weill
testi di Bertolt Brecht

cover Mahagonny

Il soggetto

Atto primo
Perseguiti da un mandato di cattura per lenocinio e bancarotta fraudolenta, Leokadja Begbick, Fatty e Trinity Moses sono in fuga su un malandato autocarro. Una panne li costringe a fermarsi in una zona deserta, da cui la costa - lungo la quale è stato trovato l'oro - appare irraggiungibile. Begbick decide allora di non andare oltre e di fondare sul posto, con i suoi due compagni, una città. La città si chiamerà Mahagonny, e sarà una trappola tesa al passaggio dell'oro: tutti porteranno oro a Mahagonny perché con l'oro a Mahagonny si potrà avere tutto, senza fatica e senza dolori.
Appare Jenny con altre sei ragazze. Vengono a Mahagonny per vendersi, e cantano una canzone alla luna dell'Alabama: "Mostraci la via il bar più vicino: mostraci la via per il dollaro più facile". Si odono le voci di coloro che vivono nelle grandi città. Fatty e Moses fanno la réclame alla nuova città: gli scontenti d'ogni altra accorreranno.
E un giorno arrivano Jim, Jack, Bill, Joe: quattro tagliaboschi che per sette anni hanno lavorato duramente in Alaska e adesso, con le tasche piene di soldi, cercano Mahagonny. E la trovano. Begbick li accoglie con premura, abbassa per loro i prezzi, offre a ciascuno la ragazza che pensa gli si adatti. Jim sceglie Jenny.
Del tempo è passato; e Begbick si lagna con i suoi due compari della continua diminuzione di popolazione: troppi se ne vanno, e i prezzi calano. Begbick vorrebbe tornare da dove è venuta; ma Fatty le legge da un giornale la notizia che alla vicina città di Pensacola sono per l'appunto arrivati i poliziotti che la stanno cercando, e Begbick si rassegna a restare. Jim è al colmo della sopportazione. Vuole andarsene da Mahagonny perché ci sono delle scritte che dicono "è proibito", perché non vi accade mai nulla. Gli amici lo lasciano sfogare, poi lo riportano deluso in città.
Un giorno, mentre gli abitanti di Mahagonny seggono davanti all'Hotel del Ricco facendo beatamente coro a un pianista che suona la Preghiera d'una vergine, Jim torna a prorompere in invettive contro la pace di Mahagonny: una falsa pace, fondata su cento divieti. Ma la scenata è interrotta da una notizia allarmante: un uragano avanza su Mahagonny distruggendo tutto quello che incontra sulla sua strada. Tutti ne sono atterriti. Non però Jim, che dall'imminenza della catastrofe trae una sua morale e la proclama a gran voce: perché alla furia distruttrice dell'uragano tutto è permesso, e non all'uomo? A che vale poter costruire se non si può distruggere? Perché i divieti? Perché, in quella notte, è vietato cantare canzoni allegre? Jim grida a Begbick (lieta di apprendere che Pensacola è stata distrutta, e con essa i suoi inseguitori) che fracasserà le sue tabelle di prezzi, le sue leggi, le mura della sua città, né più né meno come un uragano; e trascina tutti a cantare una "canzone allegra" che esalta la libertà di ciascuno contro tutti: "Nel letto in cui siamo staremo, - nessuno a coprirci verrà; - e se uno dà calci, son io, - e se uno li piglia, sei tu".

Atto secondo
Gli uomini e le ragazze di Mahagonny sono in attesa della fine; ma, proprio quando sta per raggiungere la città, l'uragano devia miracolosamente e la risparmia. Liberata dell'incubo, la città adotta finalmente i princìpi enunciati da Jim la notte del terrore; tutto, d'ora in poi, vi sarà lecito. Ed ecco che l'applicazione di tali princìpi dà sfogo a quattro istinti: il mangiare, l'amore, la violenza, il bere. Punto primo: Jack si rimpinza fino a morire, fra l'ammirazione generale. Secondo: Begbick e Moses avviano ordinatamente gli uomini alle ragazze, mentre Begbick mormora: "Il denaro non basta a tener desti i sensi". Terzo: Joe si presenta come boxeur a battersi col gigantesco Trinity Moses. Tutti lo sconsigliano, e nessuno vuole rischiare un soldo sulla sua impensabile vittoria; tranne Jim, che a testimonianza della vecchia amicizia d'Alaska punta su di lui tutto il suo avere. E lo perde, perché Joe subisce un k.o. e muore sul colpo. Quarto: il bere. Jim ha offerto da bere a tutti, e s'ubriaca. Per la sua fantasia il biliardo su cui stava giocando si trasforma in un battello su cui egli sale con Bill e Jenny, a veleggiare per l'Alaska. Ma allo sbarco s'avvede d'essere sempre a Mahagonny, perché Moses gli si fa incontro a chiedergli il conto delle bottiglie. Nessuno acconsente a dargli il denaro, di cui è completamente sprovvisto, neanche Jenny, cosicché Jim viene ammanettano e portato in giudizio.

Atto terzo
Jim è in prigione e si augura che la notte non passi, portando il giorno del suo giudizio. In tribunale Begbick fa da giudice, Trinity Moses da pubblico accusatore, Fatty da avvocato difensore. Il processo a Jim è preceduto da un altro, contro tale Tobby Higgins, imputato di avere ucciso per provare una pistola. A gesti, l'imputato contratta con Begbick la somma occorrente a corromperla, e viene assolto. Ma Jim non può fare altrettanto perché, ancora una volta, non trova nessuno che gli dia il denaro. A Jim si muovono diverse imputazioni: di avere spinto l'amico Joe all'incontro di boxe che causò la sua morte, di avere disturbato la pubblica quiete notturna, di avere sedotto "una donna di nome Jenny", di avere cantato canzoni vietate durante un tifone, di non avere pagato un conto. È condannato per tutto ciò a varie pene; ma per l'ultima imputazione la pena è la morte, perché la mancanza di soldi "è il delitto più grande che ci sia sulla terra". Molti ormai, sazi di Mahagonny, anelano a un'altra città. "Andiamo, andiamo a Benares", cantano. Ma sul giornale leggono che anche questo è un desiderio inattuabile, perché Benares non esiste più: è stata distrutta da un terremoto.
Jim viene condotto al patibolo. Si congeda da Jenny, e la raccomanda a Bill, il suo solo amico. Rinnova le accuse a Mahagonny ("la gioia che ho comprato non era gioia, la libertà acquistata non era libertà"), incita tutti a vivere la vita senza cadere negli inganni che traggono in servitù. L'esecuzione ha luogo.
Segue una commedia nella commedia. Moses, coprendosi il volto col cappello, recita la parte di Dio sceso a Mahagonny a chiedere conto a tutti del loro comportamento, e a condannarli all'inferno; ma Jenny, Fatty, Tobby e Bill, che fanno parte degli uomini di Mahagonny, gli rispondono di no: "Sta pur certo che all'inferno non andremo, noi, perché all'inferno siamo stati sempre". Mahagonny è ormai in fiamme. Passano cortei di dimostranti che protestano caoticamente recando cartelli fra loro contraddittori, e passa infine il corpo inanimato di Jim. Nessuno ha compreso il senso degli avvenimenti, nessuno sa proporre una soluzione, perché nessuno è uscito dall'egoismo della libertà di ciascuno contro tutti. Ognuno può soltanto ripetere quello che ha sempre detto, ricantando la propria melodia e concludendo che Jim è ben morto, che niente al mondo potrà più salvarlo, che niente al mondo potrà salvare né lui né alcuno.

 

La nostra "Mahagonny"
di Claudio Proietti



Preparatevi: "Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny" è un'opera che mette paura

Mette paura per la lucidità disperata con cui Brecht e Weill nel 1930 hanno letto la propria epoca e profetizzato la nostra quotidianità.
Mette paura per l'acuminata violenza con cui le sue parole sanno penetrare nell'irremovibile ambiguità dell'uomo contemporaneo.
Mette paura per la potenza emotiva della musica che la disincantata tecnica dello straniamento moltiplica fin quasi ai limiti della sopportabilità.
Mette paura perché ogni pagina è lo specchio impietoso di tutti noi, come lo è stato, in modo quasi drammatico, per ciascuno dei venticinque allievi che hanno attraversato i 63 giorni di lavoro proposti dall'edizione 2008-2009 di LTL OperaStudio. Un progetto ormai consolidato, come ben sa il pubblico dei teatri d'opera di Livorno, Lucca e Pisa, i quali l'hanno promosso nel 2001 e l'hanno sostenuto da allora con amore e convinzione. Un progetto che in otto anni ha portato al debutto in ruoli principali cantanti come Alessandra Marianelli, Francisco Gatell, Serena Daolio, Barbara Di Castri, Lucia Cirillo, Emanuele d'Aguanno, Alessandro Luongo, Andrea Giovannini, Francesco Marsiglia, Silvia Regazzo, Pablo Cameselle. Un progetto che ha sempre proposto, con scelte difficili e talvolta arrischiate, titoli fuori dal grande repertorio con il doppio intendimento di proteggere il debutto dei giovani cantanti da confronti inevitabili, e di suscitare nel pubblico la curiosità e il piacere della scoperta. Un progetto che è riuscito finora a coniugare, quasi miracolosamente, la compatibilità tra le magre risorse economiche disponibili e alcuni grandi momenti di teatro musicale, sempre realizzati con raffinatezza, intelligenza, competenza ed emozione. Un progetto che, negli anni, ha costruito un proprio metodo di lavoro che si avvale di docenti di altissima professionalità, e che prevede percorsi formativi complessi e di ricercato equilibrio fra i vari ambiti didattici. E che quest'anno è stato letteralmente "sconvolto" dall'incandescenza della materia trattata.
Mahagonny è stata, infatti, anche per noi, così come Brecht la definisce nel testo, un Netz, una rete, un'ineludibile spirale di passioni, fatiche, entusiasmi, dolori e rivelazioni. Probabilmente non sarebbe potuto essere diversamente, ma certo a questo esito hanno contribuito in modo decisivo le personalità e le modalità di lavoro dei due docenti chiamati alle maggiori responsabilità: il direttore d'orchestra Jonathan Webb e il regista Alessio Pizzech. Il primo (che dirige per la terza volta un'opera del progetto Opera Studio - e ciò è per noi un enorme regalo oltre che un grande onore) ha accolto la proposta di affrontare Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny con giovani debuttanti, animato dalla generosa intenzione di trasmettere loro l'esperienza accumulata in anni di lavoro su questo titolo da lui diretto in molti teatri italiani ed europei fino alla Deutsche Oper di Berlino. Il secondo ha colto nelle caratteristiche dell'opera la possibilità di fondere pienamente le due strade che finora hanno caratterizzato la sua breve ma importante carriera: quella della prosa di ricerca e quella della lirica. Ebbene, entrambi si sono tuffati in questa avventura con chiarezza d'obiettivi, entusiasmo, incoscienza, generosità e assolutezza tali da risultare travolgenti per tutto e tutti. Agli allievi non sono mai stati proposti modelli o schemi interpretativi, ma essi sono stati piuttosto aiutati giorno per giorno, ora dopo ora, a trovare dentro di sé la forza, le motivazioni, le emozioni che danno vita a ogni personaggio, a ogni scena, a tutta l'infinita tragedia di Mahagonny. Un'opera simbolica, un racconto politico, una parabola che, in quanto tale, non ammette letture predefinite, ma richiede dall'interprete, così come dagli spettatori, scelte continue e individuali. È la maieutica, dunque, l'arte formativa che ha giocato il ruolo decisivo in questa edizione di LTL OperaStudio. Ed essa è coinvolgente, faticosa, difficile, a volte anche pericolosa, ma alla fine liberatoria. Mai nelle precedenti esperienze avevo visto, fra gli allievi, tanti volti rigati dal pianto, tanto accanimento, tanta palpabile tensione come in questi mesi.
La maieutica consentirà a tutto il pubblico, se lo spettacolo confermerà quanto gli stage formativi e le prove ci hanno mostrato, di riconoscere e apprezzare le individualità di diciannove splendidi giovani cantanti (provenienti da Italia, Bulgaria, Romania, Giappone, Ungheria, Argentina, Germania, Messico), ciascuno in grado di "creare" in modo personale e "vero" il proprio personaggio. Meno evidenti al pubblico, perché nascosti dietro le quinte o nelle cabine di regia, ma altrettanto preziosi, sono stati e saranno i sei ammirevoli maestri collaboratori (provenienti da Italia, Russia e Giappone) capaci di mettersi in gioco senza remore dal primo giorno all'ultimo. Così come hanno fatto i cinque cantanti chiamati, a partire da dicembre, a completare l'organico del coro maschile, e l'ospite di questa edizione, il tenore statunitense Steven Ebel, al suo debutto in Italia, di recente protagonista di un'edizione americana di Mahagonny diretta da James Levine.
In un momento come questo, prossimi alla "prima", quando tutte le energie sono concentrate e tese verso l'esito conclusivo, mi sento di rivolgere un pensiero grato e commosso al primo maestro del progetto Opera Studio che ora non c'è più: Attilio Corsini, che ci guidò con infinità generosità, intelligenza ed ironia al nostro primo debutto, con un indimenticabile Cappello di paglia di Firenze. Infine, com'è doveroso, auguro a tutti gli spettatori di questa Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny una buona serata, con la speranza che essa non li attraversi come un semplice e innocuo intrattenimento.

 

Lettera aperta. Riflessioni partendo da "Mahagonny"
di Alessio Pizzech


In queste ultime settimane di lavoro che mi dividono dal debutto di Ascesa e caduta della città di Mahagonny, mi trovo a fare il punto rispetto al percorso creativo compiuto fino a qui.
Sento necessario mettere a fuoco quanto quest'opera, nata dalla collaborazione artistica tra Kurt Weill e Bertolt Brecht negli anni Venti del Novecento, abbia e ancora continui a stimolare immagini dentro di me.
È un lavoro di "scavo" che sta generando nuove prospettive di pensiero; non sto semplicemente studiando un'opera ma è come se essa stessa mi osservasse.
L'Opera (parlo di Opera nel senso più generale di opera d'arte) diventa uno specchio che mi rimanda un'immagine di me stesso: quanto in quest'ultima mi riconosco?
Ascesa e caduta della città di Mahagonny, quindi, mi ha costretto, più di ogni altro materiale che io mi sia trovato a mettere in scena, a porre l'accento su nuovi problemi; ed ha generato domande... domande... domande... a cui il lavoro della messa in scena sta tentando di dare risposte: precarie, momentanee, lo so!

In quale tempo vivo?
Cosa desidero per me e per gli altri?
Come poter ripensare l'Esistenza nel difficile contesto della contemporaneità?
Quali speranze oggi?
In cosa credo?
Quali ideali sono disposto a mettere in campo?
Come ritrovare un senso di appartenenza che mi viene sottratto giorno dopo giorno?
Potrei continuare con una serie di quesiti simili, generici ma assolutamente concreti, che gli scritti brechtiani hanno messo in movimento nella mia testa.
Come già mi successe durante il mio primo incontro con Brecht, avvenuto nell'adolescenza, subito affiora in me una profonda inadeguatezza di fronte ai problemi che Egli pone e allo stesso tempo le parole profetiche di questo grande intellettuale mi stimolano a praticare territori del pensiero, a me sconosciuti.

La parola di Brecht e la musica di Weill, scritte in un periodo complesso, drammatico e decisivo per la storia dell'Europa, mi chiedono un impegno morale a conoscere la Storia, i meccanismi economici che la sottendono; Mahagonny pretende che nel mettere in scena l'opera, io, oltre che regista, sia soprattutto un Uomo capace di analizzare e discutere del suo tempo con consapevolezza e con una lucidità di percorso che forse, mi rendo conto, di non aver mai davvero avute.
Questa la grandezza e la modernità di Brecht.

L'agire artistico quindi muta: il Teatro è Senso e Significato.
Ho un dovere nel creare: generare altro senso.
Deve essere chiaro in me-regista e nell'interprete, che mi trovo a dirigere, che ogni gesto, ogni sguardo che avviene sul palcoscenico, devono portare significato e illuminare il presente.
Questo lo sapevo, cercavo di praticarlo ma in Mahagonny tutto questo è essenziale.

Pensieri che, non più astratti ma resi concreti nel lavoro del palcoscenico, mi fanno riscoprire le ragioni profonde che mi hanno condotto a vivere il Teatro sempre di più come scelta di vita.
Lontano dai territori della legittima ambizione, avverto oggi con pienezza l'importanza del mio lavoro e gli obblighi morali che esso mi impone.
Il piacere del rischio con il quale sento di affrontare Mahagonny è per me un viatico per il futuro.
Quella dimensione didattica, maieutica del mio lavoro di regista, mi pare oggi rafforzata e rinvigorita da questa esperienza artistica.
In tempi oscuri come questi, direbbe Brecht, il Teatro, inteso come valore culturale, resta per me l'unica strada che vedo percorribile per ritrovare valori condivisi, per sperimentarli sui nostri corpi, per allenare la nostra anima ad un vero incontro con la storia collettiva ed individuale degli uomini e delle donne che la vita metterà sul mio cammino.
Soprattutto Brecht ci invita a non nasconderci come uomini ed anzi ci chiede di prendere responsabilmente una Posizione rispetto al mondo, alle vicende storiche che ci attraversano.

Il gesto teatrale è quella posizione rispetto al mondo.
Lo stare sul palcoscenico è un mostrare il mondo a noi stessi e agli altri.
Questa ricerca deve però, anche laddove racconti la tragedia umana, legarsi al piacere di una riflessione sull'uomo e sul mondo.
Il teatro deve produrre piacere; attiva un piacere che contamina la mente e l'anima del pubblico, producendo pensieri.
Il palcoscenico resta un baluardo contro l'indifferenza, contro la volgarità e la barbarie di cui anch'io, inconsapevolmente, mi sono reso talora complice.

Reagire è la parola d'ordine, e creando questo spettacolo mi sento, insieme ai miei compagni d'avventura, partecipe del mondo e protagonista con loro di una reazione che ci sta cambiando durante questi mesi di lavoro comune.
Fuori dai luoghi comuni e concentrato sul percorso artistico ed umano di Brecht, sento di aver capito dove sta la nostra forza di uomini: nella politica.
Arte nobile come il teatro, la politica richiede certamente una tecnica ma soprattutto una disponibilità a mettere in gioco le proprie certezze e proporre così strade nuove che pongano a loro fondamento un valore indispensabile di cui l'uomo ha bisogno come il pane: la Speranza.
I nostri sono tempi drammaticamente dominati dal pragmatismo, dalla logica del calcolo, e la speranza muore in ognuno di noi e così noi moriamo con essa.

La politica è capacità di lettura del mondo ma rende possibile la speranza di riscrivere la realtà.
La politica è fiducia tra gli esseri umani e possibilità di credere ancora che l'uomo possa con la sua creatività e sensibilità, agire sulla realtà economica e sociale in cui egli conduce, giorno dopo giorno, la propria vita.
Costruire uno spettacolo, vederlo nascere e crescere è un atto di speranza, e di politica, nei confronti dell'Uomo.

Mahagonny, come ricerca artistica personale viene quindi ad agire sulla mia dimensione pubblica e mi spinge ad impegnarmi sempre più nella vita sociale dei luoghi che vivo e più in generale nei contesti che di volta in volta "abito" con il mio lavoro.
Il desiderio profondo è quello di riuscire ad attivare sempre processi dialettici: fare del Dubbio e della dialettica gli strumenti per poter condurre la mia vita.
Credo oggi venuto il tempo di procedere su questo cammino, confrontandomi di volta in volta e ponendo al centro del mio agire, il dialogo come forza motrice della scuola della Vita.

Cultura e quindi formazione ed arte come assi centrali del mio vissuto; come discipline di un mio agire politico.
Esse sono il mio modo di stare nella polis.
Esse sono un diritto di ogni cittadino attivo.

Dialogare per incontrare: questa deve essere la strada e questo cerco di fare nel lavoro di costruzione di questo spettacolo.
Cercare il dialogo con me stesso e con tutti coloro che lavorano intorno ad una creazione artistica perché ognuno sia consapevole del processo che si sta sviluppando e della responsabilità che esso ci impone.
Mai come in questo caso, Mahagonny mi sta insegnando che la costruzione di uno spettacolo equivale a definire una comunità che si incontrerà con un'altra comunità per offrire l'una all'altra i propri valori e definirne di nuovi.

Il teatro definisce una nuova Comunità.
Una comunità fondata sul valore politico dell'ascolto.
Tutti coloro che si occupano di teatro, di formazione, di cultura più in generale, hanno l'obbligo di lavorare assieme per raggiungere l'obiettivo di dare vita a comunità sempre più consapevoli; dobbiamo farlo senza presunzione, senza pensare, noi, di avere capito, ma ponendoci con umiltà nell'azione del confronto e della costruzione giornaliera di contenuti culturali condivisi.
Politica ed arte produrranno così un utile risposta al Silenzio, faranno rumore e questo rumore sarà avvertito.
I tempi di Brecht erano duri e difficili ma egli non si é tirato indietro.

E noi...
Aspettare che si consumi la fine di trent'anni di movimento culturale? Che tutto si esaurisca? o forse provare a produrre contenuti ed entrare nel mondo, confrontarsi, sporcarsi le mani con la realtà anche effimera e cercare di far emergere il contrasto.
Credo venuto il tempo di portare a confronto appunto realtà opposte indicando le differenze e riabituando a muovere le menti in un movimento di apertura, verso il mondo, dimenticato nella continua divisione manichea tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
Lasciare ad ogni uomo la possibilità di capire, aiutandolo a capire: dare strumenti per guidare ma senza determinare un conflitto senza uscita, assolutamente demagogico tra Bene e Male.
Bene e Male continueranno a lottare, assumendo forme diverse; il nostro sforzo è stare dentro questa lotta.
Conoscere è la sola strada possibile.
Conoscere ciò che è lontano e diverso è indispensabile.

Eccomi a scrivere appunti di lavoro che sono idee che vorrei condividere.
Idee che scaturiscono, sincere, dal lavoro che da mesi sto facendo su uno spettacolo.
Ma è un'occasione che sento unica e la vorrei far mia quanto vostra.

Idee che faccio mie come punti di partenza di un dibattito che ritengo necessario per me e per tutti coloro che come me hanno a cuore il futuro; un dibattito che non può che confrontarsi con le biografie e le storie di ognuno di noi.

Specchiarsi, osservare i lineamenti della nostra esistenza, è davvero un'Arte sempre più rara a trovarsi; scoperta, non la si deve dimenticare.

New York, 19 febbraio 2009